CUORE E SPORT
IN CONDIZIONI ESTREME IN PROFONDITA’
a cura di Gabriele Banchini - Umberto Berrettini - Bruno Carù

La pratica dell’attività sportiva subacquea in Italia vede circa 400.000 cultori in attività ogni anno e questo numero cresce in continuazione.
Pertanto di fronte ad una simile massa di sportivi, più o meno allenati, d’ambo i sessi ed in età comprese tra i 14 ed i 70 anni (ed oltre), risulta chiaro a tutti come le problematiche cardiologiche rivestano un carattere d’ovvia preminenza.
I punti quindi che verranno trattati saranno pertanto quelli concernenti la fisiopatologia dell’attività subacquea, le patologie subacquee d’interesse cardiologico, le controindicazioni cardiologiche alla pratica sportiva subacquea (ci si limiterà a trattare solo due di esse, quelle di più frequente riscontro diagnostico, non si reputa utile addentrarsi nella trattazione di tutte le altre perchè si ritiene che quanto stabilito dal C.O.C.I.S. sia più che esauriente) ed infine la visita d’idoneità.

L’attività subacquea sportiva viene normalmente svolta con due differenti metodiche: in apnea (o, come sarebbe più appropriato, in apneusi) e mediante l’utilizzo di un AutoRespiratore ad Aria (A.R.A. o S.C.U.B.A. secondo la definizione inglese: Self Contained Underwater Breathing Apparatus), comunque in entrambe le metodiche d’immersione vi è un costante ed importante interessamento cardiologico.
Nell’immersione in apnea si sviluppano due ben noti fenomeni, quello del “diving reflex” e quello del “blood shift”.
Il primo fenomeno (che comporta una bradicardia sinusale che per apnee di durata e profondità notevoli e può tranquillamente raggiungere i 20 - 30 battiti al min) è dovuto inizialmente alla sola apnea, ma questa bradicardia viene nettamente accentuata dall’immersione in acqua (inizia già con la semplice sommersione della testa).
La bradicardia del diving reflex è un problema da tenere costantemente in osservazione, perche se ad essa si dovessero assommare altre condizioni fisiopatologiche (od anche francamente patologiche) comportanti anche loro degli effetti bradicardizzanti, il risultato finale consisterebbe nell’accelerare l’evenienza di una sincope.
Il secondo fenomeno consiste in una rapida ridistribuzione centripeta dei volumi ematici, comportante una “epatizzazione” dei polmoni per aumento della volemia intratoracica in generale ed intrapolmonare in particolare, il tutto finalizzato ad impedire lo schiacciamento della gabbia toracica e quindi permettere di continuare gli scambi gassosi alveolari.
Infatti durante le fasi di discesa e di permanenza sul fondo marino il sangue proveniente dalla periferia corporea viene indirizzato a livello polmonare impedendone il collassamento dovuto all’aumentata pressione ambientale, al contrario durante la fase di risalita si ha il ritorno ematico dai polmoni verso la periferia.
Quanto sopra appena esposto comporta, oltre al succitato impegno polmonare, anche un cospicuo coinvolgimento cardiaco: nella prima fase dell’immersione si ha infatti un sovraccarico di volume ematico interessante le cavità destre del cuore, con relativo aumento dei normali valori pressori; al contrario, durante la fase di risalita, vi è una brusca inversione di tendenza con conseguente cospicuo coinvolgimento emodinamico delle cavità destre del cuore.
Il problema consiste infatti proprio in questo: mentre le cavità destre sono più distensibili e pertanto riescono a sopportare senza eccessivi problemi il gravoso impegno emodinamico cui vengono sottoposte; quelle sinistre (specialmente il ventricolo) non sono affatto altrettanto elastiche per cui, soprattutto la risalita fosse troppo rapida, si potrebbe facilmente creare la situazione per cui non potrebbe essere spinta verso la periferia la massa ematica intratoracica, con conseguente deficit emodinamico, insufficienza ventricolare sinistra, edema pomonare ed infine sincope.
Bisogna aggiungere che sia gli atleti impegnati nei tentativi di primato d’immersione profonda che quelli impegnati nelle gare di pesca subacquea, conducono l’immersione quasi nello stesso modo, forse chi tenta i primati d’immersione profonda risale in superficie un po’ più lentamente che durante la discesa, ma bisogna sapere che per raggiungere le profondità dei loro primati, questi atleti (a seconda del tipo d’immersione che viene adottata) scendono in profondità ad una velocità variabile tra 1 m/sec. ed i 3 m/sec. ed in ogni caso non hanno mai ancora superato il limite totale di 3 min. per un primato (tra discesa, permanenza sul fondo per staccare il “testimone” ed eventualmente azionare il meccanismo che li riporti in superficie, risalita), a fronte di loro performances di apnea da fermo in piscina mai inferiori ai 6 - 7 min. (l’attuale record, non omologato, è di oltre 8 min.).
Gli atleti di pesca subacquea invece non raggiungono tali profondità, ma il loro sport li porta a scendere lentamente (per non far rumore e spaventare i pesci) a permanere quanto più possibile sul fondo e solo quando non possono “tirare” oltre l’apnea risalgono come dei siluri umani.
Essi ormai pescano (o, meglio ancora, cacciano) con la metodica dell’”aspetto” sino a - 35 m di profondità e spesso anche oltre, in pratica essi s’immergono rapidamente sino alla quota ritenuta ottimale e poi restano immobili con il fucile subacqueo tenuto in posizione di tiro finchè un pesce incuriosito non gli si avvicini a portata di fiocina, la cosa grave è che il loro “aspetto” dura anche 120 sec. a tali profondità!
Attualmente esistono tre diversi modalità di primato di immersione profonda: assetto costante, assetto variabile regolamentato ed assetto variabile assoluto (il cosiddetto “no limits”), in ogni caso le profondità raggiunte durante questi primati sono poste a livelli impressionanti.
Nel primo tipo di primato (attualmente posto a - 75 m) l’atleta scende e risale con le sue forze, pinneggiando, senza attaccarsi alla cima di guida o altro.
Nel secondo tipo di primato (attualmente posto a - 111 m), l’atleta viene trascinato verso il fondo da una zavorra (di peso pari ad 1/3 di quello dell’atleta ed in ogni caso non superiore a 30 kg), ma deve risalire con le proprie sole forze, anche attaccandosi al cavo-guida.
Il terzo tipo di primato (attualmente posto a - 133 m) prevede che durante la discesa l’atleta sia trascinato verso il fondo dalla zavorra (senza limiti di peso) e risalga portato verso la superficie da un sistema che viene gonfiato sul fondo (sistema che normalmente è od un pallone attaccato ad una parte staccabile della “slitta” che contiene la zavorra, oppure una particolare muta con un’intercapedine gonfiabile).
Dal punto di vista dell’impegno atletico, il primato più avvincente è sicuramente quello in assetto costante, dove sono solo le capacità dell'individuo a rappresentare il limite; il primato “no limits” è invece quello sicuramente più spettacolare.
Il primato in assetto variabile regolamentato è solamente una via di mezzo fra i due, ideato forse nella convinzione (errata) di una minore pericolosità data dalla minore profondità raggiungibile: ciò è in parte vero, ma soltanto per i sommozzatori del servizio di assistenza, che devono raggiungere quote inferiori, ma non per l’atleta, i cui rischi sono probabilmente uguali, se non forse addirittura superiori.
Le quote raggiunte negli attuali primati, sono destinate ad essere presto superate e quindi il loro futuro limite non sarà dato tanto dalle performances dell’atleta, quanto dalle problematiche di sicurezza poste dai sommozzatori del suo servizio di assistenza.
Un aspetto al contrario di carattere positivo presentato da questi primati di apnea profonda è quello della possibilità di poter monitorare le variazioni e gli adattamenti dell’organismo umano impegnato sia in apnee prolungate che in apnee profonde.
Sono infatti molto differenti le risposte dell’organismo umano nell’apnea a riposo in superficie rispetto a quella in immersione, così come quest’ultima presenta variazioni se condotta nuotando a quota costante rispetto a quella effettuata pinneggiando in discesa verso la profondità, lo stesso vale per la tipologia di immersione profonda adottata.
Basti pensare che i normali meccanismi di compenso che entrano in gioco in questi casi vengono notevolmente modificati se non addirittura annullati: la classica bradicardia da apnea viene “mascherata” dalla tachicardia da sforzo (per es. per la pinneggiata, dapprima verso il fondo e poi verso la superficie, nel primato in assetto costante); il blood-shift dovuto all’apnea profonda viene rallentato per poter permettere ai muscoli (soprattutto quelli delle gambe, impegnati nella rapida e potente pinneggiata) di potersi rifornire di sangue ricco di ossigeno ed eliminare cataboliti.
Nell’immersione con A.R.A. i principali problemi cardiologici si verificano durante la risalita e sono di duplice ordine: legati alla Malattia da Decompressione (M.D.D.) oppure connessi a patologie cardiologiche preesistenti all’immersione e misconosciute in sede di rilascio dell’idoneità sportiva.
Tuttavia in un subacqueo che presentasse un difetto settale, il problema suesposto si potrebbe presentare anche durante un’immersione condotta regolarmente: parte delle bolle potrebbe infatti passare dal cuore destro a quello sinistro prima di arrivare ai polmoni, con il previsto risultato di creare delle embolizzazioni a distanza.

Quanto appena accennato porta quindi a trattare in modo più esaustivo alcuni dei più gravi e frequenti incidenti subacquei.
Sincope
Per sincope si intende l’improvvisa perdita di coscienza accompagnata ad arresto respiratorio e può far seguito ad una qualsiasi immersione in acqua.
Riallacciandoci a precisi motivi patogenetici si può parlare di Sincopi anossiche e di Sincopi riflesse e/o da ipoaflusso.
Per sincope anossica intendiamo tutti i casi in cui l’elemento condizionante è rappresentato dalla carenza di rifornimento energetico (legato cioè all’ossigeno) per il neurone.
Per sincope riflessa e/o da ipoaflusso intendiamo tutti i casi in cui alla base della perdita di coscienza c’è un arresto cardiaco e/o uno stop nella circolazione arteriosa celebrale.
L’elemento base della sua patogenesi è insito nella sua stessa definizione: è costituito infatti da una deficiente ossigenazione cerebrale.
E’ quindi il deficit ossidativo che porta all’alterazione funzionale del neurone che, pur mantenendo intatte le proprie possibilità di vita, in quanto cellula perenne, traduce siffatta alterazione in un blocco della recezione, nella formazione, nella integrazione e conduzione degli stimoli.
La depressione ossidativa del metabolismo cerebrale non rappresenta quindi un completo arresto metabolico del neurone, ma una situazione deficitaria che conduce ad uno stato di economia, che se però non viene rapidamente superato porta inevitabilmente al silenzio elettroencefalografico (e quindi alla morte cerebrale).
Tutte queste alterazione non sono irreversibili per cui ripristinando la respirazione normossica si assiste ad una progressiva ripresa dell’attività cerebrale.
L’intervallo di tempo dopo il quale è possibile documentare la completa ripresa dei neuroni è tanto più lungo quanto più a lungo è durata la ipo-anossia.
E’ stato ampiamente dimostrato che dopo 6 minuti di totale anossia, qualora vengano ripristinate condizioni di normossia e di efficiente circolazione, l’attività cerebrale riprende del tutto normalmente in un tempo che non supera neanche i 30 minuti; mentre dopo 8 minuti di anossia il cervello riprende solo parzialmente, residuando danni cerebrali irreversibili.
Se è pacifico ed ampiamente dimostrato che è l’anossia a determinare la sincope anossica, è altrettanto vero che è l’intervento di altri fattori che ne condiziona il successivo evolversi.
Dimostreremo infatti che nel contesto dell’unicità patogenetica della sincope anossica è tuttavia il momento temporale dell’aumento dell'anidride carbonica a condizionare il successivo quadro clinico.
Parleremo di sincopi anossiche secche o umide riallacciandosi a precisi rapporti temporali tra il punto di rottura dell’anidride carbonica (Break del CO2) e quello dell’ossigeno (Break dell’O2).
Infatti se l’aumento dell’anidride carbonica (che porta alla prima contrazione diaframmatica e quindi è da considerare come punto di rottura dell’anidride carbonica) interviene prima del momento ipoanossico sarà proprio e solo l’ipercapnia a condizionare il successivo quadro clinico caratterizzato dalla perdita di conoscenza e dall’arresto respiratorio.
Quando invece la deficienza dell’ossigeno (punto di rottura dell'ossigeno) precede in senso temporale l’eccessivo aumento dell’anidride carbonica, non sarà possibile avvertire le contrazioni diaframmtiche perchè il soggetto avrà già perduto conoscenza.
L’anidride carbonica continuerà così ad aumentare fino a livelli tali da forzare lo spasmo della glottide atttraverso riflessi che vedono interessati sia i recettori dell’arco aortico che del glomo carotideo.
Questo riflesso ha un significato finalistico essenzialmente espiratorio, ma, alla forzatura espiratoria dello spasmo della glottide e alla fuoriuscita dell’aria dall’albero respiratorio, si accompagna inevitabilmente, a soggetto immerso, l’ingresso di acqua nei polmoni.
Questa quantità di acqua non è mai eccessiva, ma più o meno pari alla quantità di aria espirata e non è mai massiva perchè il riformatosi spasmo della glottide ne blocca l’ulteriore passaggio.
Qualcuno potrebbe obiettare a questa suddivisione patogenetica delle sincopi, strettamente legata ai rapporti temporali tra il deficit dell’ossigeno e l’aumento dell’anidride carbonica, che resterebbe da chiarire perchè nelle sincopi verificatesi quando il punto di rottura dell’anidride carbonica preceda quuello dell’ossigeno, all’ulteriore aumento dell'anidride carbonica non corrisponda la forzatura espiratoria dello spasmo della glottide: a nostro avviso il problema non si pone, in quanto i chemiocettori sensibili all'aumento dell’anidride carbonica hanno già risposto condizionando il riflesso delle contrazioni diaframmatiche e si sono scaricati, esaurendo così la loro funzione, in pratica, fintanto che il soggetto rimane cosciente, il punto di rottura dell’anidride carbonica si esprime sintomatologicamente con contrazioni diaframmatiche o con altre manifestazioni che hanno lo stesso significato, quando invece il soggetto è incosciente, la contrazione diaframmatica probabilmente si verifica ma, non può essere avvertita, esprimendosi però nella forzatura espiratoria dello spasmo della glottide, all’opposto, l’apertura riflessa della glottide non è possibile nel soggetto cosciente, se non volontariamente.
All’ingresso di acqua nell’albero respiratorio fa seguito una serie di modificazioni umorali e biochimiche diverse in relazione alla densità del liquido: cioè se si tratta di acqua di mare o di acqua dolce; attualmente si dà invece sempre minor valore al problema dell’acqua nei polmoni, per porre l’attenzione sulla “curva della salvabilità”, ovvero alle possibilità di salvezza strettamente dipendenti dai tempi di recupero e dalla tempestività e dall’esattezza delle tecniche di rianimazione messe in atto.
E’ necessario a questo punto, definire da un punto di vista clinico il momento di base che porta ad un tipo particolare di sincope; distinguiamo così nelle forme umide:
1) sincope anossica da eccesso di consumo con deficit di rifornimento, propria dell’annegato che, almeno nelle prime fasi lotta contro l’acqua;
2) sincope anossica da eccesso di consumo, quando elementi stressanti di qualsiasi tipo (emozioni, freddo, paura, stress in genere) intervengono nella prima fase dell’immersione provocando un improvviso aumento dell’increzione catecolaminica che letteralmente brucia l’ossigeno a disposizione.
In tutti questi casi il punto di rottura dell’ossigeno precederà, talvolta anche di gran lunga, il punto di rottura dell’anidride carbonica.
Nelle sincopi anossiche secche dobbiamo invece distinguere i quadri che dipendono da un esaurimento delle riserve di ossigeno (sincopi da eccesso di permanenza o da apnea prolungata), da quelli in cui lo stesso evento della carenza di ossigeno si verifica in seguito alla caduta delle pressioni parziali dell’ossigeno (sincope degli ultimi metri).
In profondità, secondo la legge di Boyle-Mariotte, la pressione parziale di ossigeno assume valori tali da garantire facilmente il passaggio degli alveoli al sangue, anche quando la quantità totale di ossigeno risulta tale da non potere, in superficie, più garantire lo scambio alveolo capillare.
In risalita, via via che ci si avvicina alla superficie del mare, si ha una caduta della pressione parziale d’ossigeno fino a livelli che, strettamente in rapporto alla sua quantità assoluta, non consentono più lo scambio.
In questi casi comunque non è solo la caduta della pressione parziale dell’ossigeno ad avere valore determinante ai fini dell’innesco della sincope, ma anche quella parte di ossigeno che continua ad essere consumata dal sub in risalita: abbiamo così la concomitanza di due fattori e cioè la caduta della pressione parziale dell’ossigeno ed il consumo di ossigeno.
Per completare la classificazione del complesso sia clinico che patogenico delle sincopi anossiche, restano da considerare le cosiddette “sincopi ipocapniche”: è infatti possibile (anche se è un'evenienza molto teorica, almeno nel nostro campo di interesse) che in seguito ad una iperventilazione spinta fino a limiti eccessivi, si giunga a livelli tali di depauperamento di anidride carbonica da favorire, se non provocare, una sincope anossica.
E’ noto infatti, che l’ipocapnia e l’alcalosi che ne consegue sono responsabili a livello ematico dell’esasperazione di quel meccanismo fisiologico noto come “effetto Bohr”, per cui la curva di dissociazione del sangue per l’ossigeno si sposta verso sinistra.
Ciò provoca, a livello alveolare, un aumento dell’affinità con l’emoglobina per l’ossigeno e, a livello tissutale, un ostacolo nella cessione dell’ossigeno alle cellule.
Teoricamente quindi una iperventilazione spinta potrebbe portare a sincope in base alla relazione ipocapnia - ipossia tissutale.
E’ evidente infatti che l’ipossia tissutale da sola, non potrà essere l’unica causa di perdita di coscienza, avendo presenti tutte le implicazioni, anche molto complesse, conseguenti ad una situazione ipocapnica di un certo grado: ricordiamo, per esempio, che l’ipocapnia è responsabile di un cospicuo decremento della portata sanguigna cerebrale.
Qualora, per altro, il fenomeno dovesse verificarsi in tutta la sua completezza, esso sarà possibile solo nei primissimi secondi che seguono l’iperventilazione e quindi all’inizio della immersione.
In questi ultimi tempi sono in aumento i casi di emiplegie transitorie dopo apnee prolungate o eccessivamente profonde.
La patogenesi di queste forme risulta riconducibile ad un fenomeno puramente ipossico cerebrale e la sintomatologia paretica, in questi casi, deve accompagnarsi a perdita di coscenza o, almeno, ad un grosso ottundimento del sensorio, rientrando nella stessa patogenesi della sincope anossica; oppure, nei casi in cui la coscienza rimane integra, bisogna orientarsi su una difficoltata risoluzione del fenomeno del blood-shift (per mancata espirazione??) con successiva e/o concomitante ipertensione polmonare che condizionerà una ipertensione venosa da cui derivano i piccoli focolai emorragici.
Per quanto tempo il cuore assisterà indifferente all’evoluzione del processo sincopale anossico, questo è un problema biochimico non facilmente risolvibile.
Certo è che l’ingravescente ipossia (e l’acidosi che l’accompagna) inevitabilmente agiranno progressivamente sulla funzionalità cardiaca alterandola e deprimendola.
Oggi si sostiene che, dall’inizio del momento sincopale anossico, vi siano almeno 7 - 8 min. perchè si arrivi al deficit funzionale cardiaco.
Le sincopi riflesse rappresentano dei quadri clinici in cui l’elemento patogenetico di base è rappresentato da un improvviso e drammatico stop nella circolazione arteriosa cerebrale ed è proprio per questo che le abbiamo ulteriormente aggettivate definendole anche “e/o da ipoafflusso”.
La sofferenza neuronica sarà sempre anossica ma solo perchè il sangue non circola più e non, quindi, per variazioni qualitative.
L’arresto cardiaco sarà il momento più frequente e più facile nel determinismo di siffatti quadri morbosi, ma non sarà il solo, soprattutto saranno diversi e numerosi e vari i punti di partenza che dal cuore all’estremo potranno condizionarne lo stop.
Non solo, ma nelle sincopi riflesse l’arresto cardiaco non sarà l’unico obbligato meccanismo responsabile del successivo quadro clinico perchè allo stesso risultato si può arrivare per modificazioni drastiche dell’emodinamica che possono comprendere anche l’occlusione vascolare acuta.
Distingueremo pertanto sincopi cardiogene ed extracardiache, tra le prime dovremo prendere in considerazione quadri intrinseci ed estrinseci al cuore stesso.
Nell’arresto cardiaco, dovremo cioè considerare il fenomeno quando avviene in seguito a riflessi che, unici o multipli, isolati o combinati fra di loro, sono comunque estrinseci al cuore stesso anche se, sia pure con diversa tipologia, conducono ad un identico fenomeno e cioè ad un deficit di gittata sistolica.
Infine al deficit di gittata si può arrivare in seguito a tutta una serie di motivi che abbiamo suddivisi in:
1) riduzione della gittata cardiaca
2) riduzione acuta del ritorno venoso
3) alterazione della frequenza.
Nelle sincopi riflesse extracardiache, la deficienza o l'arresto circolatorio non dipende da alterazioni primitive o secondarie del cuore stesso ma risulta completamente avulso dalla funzionalità cardiaca.
Esaurito il tentativo di classificazione, ci sembra doveroso introdurre il concetto che non sempre il fenomeno che ha condotto all'arresto cardiaco od a un suo equivalente sintomatologico, risulta stabile ed irremovibile.
Vogliamo cioè sostenere che nel campo delle sincopi riflesse esistono quadri irrisolvibili dove l’arresto cardiaco, il deficit di gittata o l'occlusione vascolare rappresentano un momento patogenetico definitivo che porta in una manciata di secondi (massimo 360) all’irreversibile danno neuronico; vi sono altresì, numerosi altri casi in cui l’arresto cardiaco o un suo equivalente rappresentano solo un momento e, successivamente, in un arco di tempo non precisabile, il quadro si risolve ed il riflesso, se di esso si tratta, si esaurisce, l’alterazione funzionale si compensa, la gittata sistolica e la circolazione riprendono.
Nelle sincopi riflesse coesistono quindi quadri reversibili e quadri irreversibili.
Appare estremamente evidente l’importanza di introdurre un concetto di reversibilità nel campo della sincope riflessa; infatti in questi casi le possibilità di una ripresa circolatoria sposteranno i tempi di recupero e di salvabilità ben oltre i 6 - 8 minuti che abbiamo visto essere categorici per aversi un danno cerebrale irreversibile.
Si potranno così avere tempi anche decisamente più lunghi e comunque ampiamente sufficienti a giustificare anche in questi casi l’immediata messa in atto delle corrette manovre di rianimazione.
Vogliamo concludere sostenendo che la nostra classificazione nei riguardi delle sincopi riflesse è francamente incompleta ma solo perchè abbiamo tenuto conto di un parametro di base e cioè la possibilità di andare sott’acqua.
Embolia Gassosa Arteriosa
I sinonimi di questa gravissima patologia sono: "Aeroembolismo" e "Embolia Gassosa Traumatica".
Con questo termine si intende il passaggio diretto di aria compressa nel grande circolo, spesso associato all'Embolia Gassosa Arteriosa si trova pure un pneumotorace iperteso a valvola.
Tale incidente, ad insorgenza acuta e di marcata gravità, è secondario sia alla presenza di malformazioni cardiache (per cui viene a crearsi l’evenienza che delle bosse gassose saltino il filtro polmonare e penetrino nel grande circolo) e di cui si tratterà autonomamente e più diffusamente in seguito, che a varie circostanze che possono comportare un incremento della pressione endoalveolare, iperdistensione delle pareti alveolari e rottura dei setti interalveolari con passaggio di aria nell’interstizio e quindi nel torrente circolatorio, oppure quando, a seguito.
In quest’ultimo caso, l'eziopatogenesi è dovuta ad una rapida risalita a glottide chiusa, per cui si crea un impedimento alla fuoruscita di gas dai polmoni mentre è in corso una riespansione del medesimo gas a seguito del diminuire della pressione ambiente: superata la capacità elastica del polmone di dilatarsi, si arriva alla sua rottura e conseguente entrata d'aria nel circolo arterioso polmonare.
Inoltre l’aria può farsi strada tra le strutture vascolo-connettivali e raggiungere l’ilo polmonare (con formazione di pneumomediastino, pneumopericardo ed enfisema sottocutaneo), oppure può dirigersi verso la pleura con conseguente formazione di pneumotorace (PNX).
Oltre all’inesperienza del subacqueo, sono imputati:
- tabagismo con conseguenti colpi di tosse, che provocano un aumento della pressione polmonare;
- pregresse malattie broncopolmonari (asma bronchiale, BPCO, pneumopatie infettive acute, bronchioliti, bolle enfisematose preesistenti), che causano un consistente incremento delle resistenze nelle vie aeree e che provocano diminuzione della resistenza della parete alveolare, con eventuale presenza di tappi mucosi che possono creare a loro volta un meccanismo a valvola per cui l’aria entra ma poi non può più uscire;
Ricordiamo a questo proposito che il rilievo anamnestico di asma bronchiale e di accertata iperreattività bronchiale aspecifica (per il rischio di broncospasmo legato all’immersione in acqua fredda, allo sforzo fisico prolungato, allo stress emotivo) costituisce controindicazione assoluta al giudizio di idoneità subacquea.
Altre condizioni causa di inidoneità assoluta alla pratica subacquea sono la BPCO con enfisema polmonare, le interstiziopatie polmonari diffuse ed il pregresso PNX spontaneo (che, in immersione, diviene iperteso e potenzialmente fatale, non appena il volume gassoso intrapleurico si espanda durante la risalita).
Le gravi emergenze subacquee connesse con l’E.G.A. ed interessanti l’apparato respiratorio avvengono soprattutto durante immersioni con autorespiratore ad aria (ARA).
Tali patologie occorrono durante la fase di risalita dalle immersioni subacquee, in seguito all’espansione dell’aria contenuta nel sistema toracopolmonare (un’altra causa possono essere le esercitazioni di “free escape” da parte dei sommergibilisti).
Secondo la legge di Boyle-Mariotte, per cui il volume di una massa gassosa varia in modo inversamente proporzionale alla pressione cui essa è sottoposta, risalendo dalla profondità in superficie avverrà un progressivo aumento dell’aria intrapolmonare, per cui il subacqueo con autorespiratore ad aria dovrà correttamente espirare in fase di risalita al fine di eliminare completamente l’aria presente nelle vie aeree.
Qualora ciò non avvenga, si produrrebbero elevati valori pressori nelle vie respiratorie: già negli anni ’30, esperimenti su cavie dimostrarono che un aumento della pressione endotracheale (> 80 mm Hg) o della pressione intrapolmonare (> 50 / 60 mm Hg) erano sufficienti a provocare rottura dei setti alveolari.
I barotraumatismi polmonari sono favoriti dall’insorgenza di panico o affanno durante esercizi di risalita, errori tecnici (apnee con chiusura della glottide nel corso della risalita).
Il manifestarsi della sintomatologia si verifica nell’ultima fase dell'emersione sino ad un’ora dopo di essa, tuttavia la percentuale più rilevante si evidenzia dal momento dell’uscita dall'acqua a mezz’ora dopo di essa.
La sintomatologia dei barotraumi polmonari comporta, oltre a malessere e vertigini, un grave deficit respiratorio (se presente il pneumotorace, come quasi sempre capita): dolore retrosternale intenso e gravativo (in caso di semplice iperdistensione alveolare), in seguito possono comparire dispnea, cianosi, pallore, disfagia (da compressione della base del collo)..
Qualora avvenga penetrazione d’aria nei vasi sanguigni si manifesteranno embolizzazione arteriosa cerebrale, insufficienza cardiaca acuta per presenza di aria nel ventricolo sinistro con ostacolo alla funzione di pompa, embolizzazione coronarica, shock e complicanze neurologiche; è possibile l’arresto cardiorespiratorio e la morte improvvisa.
Per quanto concerne le complicanze neurologiche (quasi sempre presenti), esse sono dovute all’ostruzione meccanica del flusso sanguigno cerebrale dovuta alle bolle, ma a questa prima eziologia se ne aggiunge subito dopo un’altra: è stato infatti dimostrato che, anche se le bolle venissero eliminate tutte quante (grazie alla ricompressione in camera iperbarica), permarrebbe una cospicua riduzione del flusso ematico cerebrale, tale riduzione troverebbe la sua spiegazione nel fatto che le bolle gassose (prima di essere eliminate) avrebbero creato dell microlesioni endoteliali su cui poi si sarebbero adesi i leucociti con conseguente rilascio di mediatori chimici.
Queste complicanze consistono in una sintomatologia neurologica centrale, che varia con il variare della localizzazione delle bolle aeree (soprattutto emiparesi, crisi convulsive epilettiformi, allucinazioni, deficit visivi, ecc.).
La terapia fondamentale di queste complicanze acute è quella iperbarica, da attuarsi prontamente, con immediata ricompressione, al fine di ridurre volumetricamente le bolle embolizzanti; si somministrano contemporaneamente O2 e steroidi per via i.m. (desametazone) per la risoluzione dell’edema cerebrale.
In caso di PNX si renderà necessario impostare un drenaggio toracico nel II° spazio intercostale, sulla linea emiclaveare, collegandolo con un sistema di bottiglie a caduta.
Un particolare da tenere a mente è che talora la sintomatologia neurologica può recedere spontaneamente, ma dopo un intervallo libero di una o più ore, si può evidenziare un quadro franco di Malattia da Decompressione, altre volte invece le due forme patologiche si presentano contemporaneamente.
Malattia Da Decompressione
“La Malattia da Decompressione è il risultato della riduzione della pressione ambientale e si considera causata dalla formazione di bolle da parte di gas disciolti nei tessuti.”
E’ questa una delle più chiare definizioni di M.D.D..
E’ una sindrome con molte manifestazioni cliniche dovute alla rapida riduzione della pressione ambiente dopo esposizione iperbarica, riduzione che porta il gas inerte in soluzione fisica a mutare il suo stato in fase gassosa con formazione di bolle in seno ai tessuti.

Due fattori concorrono primariamente a determinarne l’insorgenza:
1) la decompressione;
2)la quantità di gas inerte presente nei tessuti prima dell’inizio della decompressione.
Il gas inerte è l’azoto, almeno nelle immersioni “sportive” (può essere anche un gas differente, a secondo delle miscele impiegate, come l’elio il cui uso è riservato alle immersioni lavorative a profondità superiori a 50 metri).
Qualsiasi sia la composizione della miscela respiratoria, non necessariamente il passaggio di stato fisico del gas in fase gassosa coincide con l’esordio clinico della M.D.D..
Ormai innumerevoli sono gli studi che hanno dimostrato mediante rivelazioni con tecniche ultrasoniche la presenza di bolle gassose venose asintomatiche dopo immersioni subacquee e che, qualsiasi profilo decompressivo si adotti, si ha la formazione di bolle gassose circolanti, ma non necessariamente l’instaurarsi di una M.D.D..
Va comunque tenuta presente anche un’altra ipotesi nella genesi di patologie emboliche in sommozatori che abbiano effettuato un’immersione tale da rendere il sangue particolarmente ricco di gas inerte, si potrebbe infatti verificare la possibilità che la normale turbolenza presente nel cuore sinistro, aumentata notevolmente dalle particolari condizioni emodinamiche, scateni il fenomeno della cavitazione all’interno delle stesse camere cardiache, con il conseguente risultato di portare alla formazione di emboli gassosi intraematici; tale fenomeno sarebbe aggravato da un concomitante innalzamento della pressione arteriosa polmonare..
L’insorgenza della M.D.D. nella maggior parte dei casi non è immediata nella riemersione e la sintomatologia clinica può comparire sino a 24 - 36 ore dopo.
Didatticamente si suddivide la M.D.D. in 2 forme.
M.D.D. Tipo 1 con sintomi definiti lievi:
- artralgie - mialgie (i cosiddetti “Bends”);
- manifestazioni linfatiche con edemi localizzati;
- manifestazioni cutanee, prurito, eritemi.
M.D.D. Tipo 2 con sintomi definiti gravi:
- forme polmonari (dolori toracici, dispnea, tosse: i cosiddwtti “chockes”));
- forme neurologiche cerebrali con sintomi variabili da emicranie ad emiparesi, crisi convulsive, stato confusionale, disturbi del visus;
- forme neurologiche midollari, con paraparesi e paraplegie, disturbi della sensibilità cutanea, disturbi sfinterici;
- forme a carico dell’orecchio interno con sordità, vertigine, acufeni, nausee e segni di impegno vestibolare;
- forme con disordini cardiaci e polmonari con collasso e quadro di shock grave.
Nella genesi della M.D.D. concorrono concause generali ed individuali.

I Fattori Generali sono legati al tipo di attività subacquee in oggetto:
- lavoro pesante;
- profondità e tempo di permanenza;
- equipaggiamento ed attrezzatura;
- condizioni operative;
- temperatura dell’acqua;
- affaticamento durante la decompressione.

I Fattori Individuali sono:
- età e sesso;
- obesità;
- fumo;
- esperienza specifica;
- adattamento ed allenamento.

La terapia è mirata all’eliminazione delle bolle gassose in seno ai tessuti ed al sangue, a ristabilire la circolazione distrettuale ove deficitaria, a limitare gli effetti secondari della embolizzazione.
La terapia della M.D.D. in tutte le sue forme prevede l’adozione di protocolli terapeutici specifici che comprendono:
1) assistenza alle funzioni vitali;
2) ossigenoterapia normobarica;
3) terapia farmacologica;
4) ossigenoterapia iperbarica con trattamento ricompressivo in camera iperbarica.
Il trattamento ricompressivo in camera iperbarica è da effettuarsi nel più breve tempo possibile.
E’ da considerare inoltre che la M.D.D. mostra una variabilità di sintomi, notevolissima, che a volte, per le forme di tipo 2, pongono il problema della diagnosi differenziale con l’E.G.A..
In ogni caso, per ambedue le sindromi l’unico presidio terapeutico valido da attuare è il trattamento ricompressivo terapeutico.

Per quanto concerne le patologie cardiovascolari motivo di inidoneità per la pratica sportiva subacquea, se ne sono scelte due che sono probabilmente tra le più frequenti anomalie “benigne” presenti nella popolazione.
Forame Ovale Pervio
Si tratta di una patologia che riguarda una percentuale della popolazione adulta variabile tra il 10% ed il 20%, normalmente misconosciuta e che non comporta inidoneità al di fuori dell’attività subacquea ed aeronautica - spaziale.
Per poterne valutare appieno la sua pericolosità in ambito sottomarino, bisogna rifarsi alla genesi della malattia da decompressione.
Durante la fase di risalita (e per alcune ore dopo il termine dell’immersione), qualunque sia stata la decompressione (anche la più lenta e sicura possibile), si producono all’interno dei tessuti del subacqueo delle bolle di gas inerte (normalmente azoto), queste bolle raggiungono poi il letto vascolare venoso, quindi le cavità destre del cuore ed infine i polmoni, dove vengono eliminate con l’espirazione.
Se però il cuore presentasse un’anomalia tale da consentire uno shunt (anche lieve) destro-sinistro, come appunto avviene in caso di forame ovale pervio (ma anche in presenza di difetto del setto interatriale), si potrebbe verificare l’evenienza di un passaggio di sangue contenente bolle gassose dalla parte destra del cuore a quella sinistra.
Questo shunt permetterebbe quindi alle bolle di gas inerte di evitare il filtro polmonare (e quindi la loro tranquilla eliminazione), consentendo quindi loro di raggiungere l’aorta e poi il grande circolo: ovviamente (tenendo anche conto che la risalita viene effettuata con il corpo in posizione perfettamente verticale e con il capo leggermente iperesteso, per poter meglio controllare la superficie) esse imboccheranno preferenzialmente le arterie carotidi e quindi andranno a raggiungere l’encefalo, con le più varie localizzazioni e quadri sintomatologici; se al contrario il subacqueo dovesse assumere una diversa posizione di risalita (evenienza meno frequente), diventerebbe molto più probabile che le bolle vadano a raggiungere le arterie coronarie (con probabile insorgenza di ischemia - fibrillazione - arresto - morte.
Approfondite ricerche in questo settore, hanno evidenziato come il 50% circa dei subacquei che siano stati colti dalla malattia da decompressione, siano portatori di questa anomalia, percentuale che sale al 61% se si tratta di sintomi gravi di malattia da decompressione, per arrivare addirittura all’82% per i sintomi neurologici centrali.
Qualcuno potrebbe obiettare che se tutto semplicemente procedesse nel modo appena descritto, tenendo presente sia il numero dei praticanti questo sport (400.000 in Italia, oltre 2.000.000 negli U.S.A.) che la percentuale di essi portatrice di questa malformazione, vi dovrebbe essere un numero d’incidenti enormemente più alto di quello effettivamente riscontrato (attualmente stimato in 1:2.000 - 1:10.000 immersioni, a seconda della profondità raggiunta e del tipo di decompressione effettuata).
Bisogna rispondere che, grazie a Dio, vi è una modulazione nella genesi di questo incidente: in pratica la pervietà del forame ovale è latente e viene “smascherata” da un abnorme incremento della pressione toracica, inoltre la quantità dello shunt è quasi sempre modestissima e di conseguenza sarebbero pochissime bolle a prendere la strada del cuore sinistro.
Ovviamente sia nel caso di formazione di grosse quantità di bolle di gas inerte, come capita quando si fa erroneamente una risalita “a pallone” o comunque eccessivamente veloce, che nel caso di una quantità di bolle tutto sommato normale ma con effettuazione di ripetute manovre di Valsalva durante la decompressione, come capita a chi abbia la presenza di catarro tubarico e nonostante tutto s’immerga (un classico caso di air-trapping), diventa molto più facile l’insorgenza della malattia da decompressione.
Ovviamente si è trattato fino ad adesso della sola malattia da decompressione, ma se un subacqueo portatore di pervietà del forma ovale dovesse suo malgrado andare incontro ad un’embolia gassosa arteriosa, il suo exitus sarebbe del tutto quasi certo, tenuto conto dei “treni di bolle” che imboccherebbero le cartotidi.
Bisogna infine tener conto anche di due altre problematiche: gli atleti che tentano i primati d’immersione profonda in apnea e gli atleti che praticano pesca subacquea.
Nel primo caso, di tanto in tanto, essi hanno respirato aria compressa: alcune volte per “barare” (si sospetta infatti che, in almeno due casi, degli atleti abbiano respirato dagli erogatori dei subacquei del servizio d’assistenza, per poter continuare l’immersione), altre volte per motivi d’emergenza (almeno una volta un atleta è rimaso sul fondo, a - 90 m, con una delle pinne incastrate sotto la zavorra che utilizzava durante gli allenamenti e mentre i subacquei d’assistenza cercavano di liberargli il piede, ha dovuto scegliere tra la certezza della sincope e la possibilità di una sovradistensione (se non addirittura) rottura polmonare, ovviamente a favore di quest’ultima), in altri casi ancora per fini scientifico-divulgativo-pubblicitari (si pensi all’atleta cubano Francisco Ferreras “Pipin” che il 30 maggio scorso è sceso a - 152,40 m, fermandosi però prima alla quota di - 75 m per respirare aria compressa da un bombolino e proseguendo poi la discesa...).
Nel secondo caso possono sviluppare anch’essi (in casi particolari ma non troppo) la malattia da decompressione (detta anche “morbo di Taravana”, per la prima volta descritto in alcuni pescatori di perle dell’isola di Tuamotu), pur senza mai aver respirato aria compressa, infatti se effettuassero ripetutamente immersioni oltre i 30 - 35 m di profondità, senza adeguati intervalli di riposo in superficie, magari eseguendo rapide risalite, i micro-nuclei gassosi (sempre presenti nel nostro organismo, specie a livello articolare) potrebbero liberare alla fine una quantità d’azoto tale da richiedere una decompressione.
In ogni caso è ovvio che, anche senza respirare aria compressa (o pensare al m. di Taravana), la presenza di una simile malformazione dovrebbe costituire controindicazione assoluta allo sport subacqueo anche negli apneisti e non ha alcun senso l’ipotesi di quei pochi sostenitori che anzi lo sport subacqueo in apnea troverebbe una facilitazione nell’essere portatori di pervietà del forame ovale e questo per due motivi.
Il primo è che si tratta di atleti che non vanno certo a basse profondità, quindi le loro pressioni endotoraciche sono tali da smascherare la pervietà silente di un forame ovale.
La seconda è che l’idoneità per lo sport subacqueo riguarda questo sport in toto, pertanto chi vi si avvicina deve essere idoneo sia se s’immerge in apnea che con l’autorespiratore.
Ipertensione
Sebbene i valori di pressione sanguigna subiscano variazioni (anche cospicue) di ora in ora e ci siano differenti opinioni su quali siano i valori da cominciare a considerare “patologici”, la valutazione al momento più attuale indica i limiti di 140 e 90 mm Hg rispettivamente per la pressione siatolica e per quella diastolica.
In quelle situazioni da considerare come “border-line”, resta sempre valido il concetto di effettuare almeno 6 misurazioni pressorie/die per almeno 3 giorni, prima di prendere ogni decisione in merito.
Sebbene la pressione idrostatica esercitata dall’acqua sul corpo umano in immersione non esplichi in effetti alcuna influenza diretta sulla pressione sanguigna, l’ambiente subacqueo invece ne esercita ed anche di grado elevato; in special modo per le interferenze dovute allo stress emozionale, alla temperatura dell’acqua ed allo sforzo fisico.
I tre fattori sopraindicati (da soli o, peggio ancora, variamente combinati tra loro) sono infatti responsabili di repentini ed elevati innalzamenti della pressione sanguigna già nell’individuo “normale”, figurarsi in uno che sia “border-line” se non addirittura francamente iperteso.
Un soggetto che intenda svolgere attività subacquee (sia a carattere sportivo che invece professionale) e che alla visita medica presenti una chiara diagnosi di ipertensione non ancora sottoposta a terapia, non dovrebbe essere riconosciuto idoneo a tali attività.
Viene infatti riportato in letteratura (Wilmshurst) una serie di 11 subacquei, con ipertensione misconosciuta o comunque non trattata, che svilupparono un grave edema polmonare durante l’effettuazione di immersioni in acque particolarmente fredde.
In base a queste considerazioni, un soggetto iperteso (in modo lieve o moderato) o comunque “border-line” deve essere accuratamente valutato e sottoposto ad idonea terapia prima di poter essere autorizzato ad effettuare immersioni subacquee.
A priori deve invece essere riconosciuto inidoneo alle attività subacquee sia chi mostri segni, anche semplicemente iniziali, di lesioni d’organo per ipertensione arteriosa cronica (quali ad esempio alterazioni dei vasi retinici, ipertrofia ventricolare sinistra, disfunzioni renali), sia chi presenti valori pressori diastolici superiori ai 105 - 110 mm Hg.
Chi infatti presentasse livelli pressori così elevati sarebbe costretto ad assumere farmaci tali da renderlo incapace di una rapida ed adeguata risposta alla richiesta di un incremento delle proprie prestazioni fisiche, con conseguente consistente e grave rischio di sviluppare una severa dispnea, oppure delle aritmie se non addirittura un’ischemia miocardica.
Coloro i quali invece presentassero livelli pressori diastolici border-line o comunque non superiori ai 100 - 105 mm Hg, dovrebbero essere sottoposti dapprima sia ad una severa dieta iposodica che ad un oculato programma di esercizio fisico (giova a questo punto ricordare che molto spesso i praticanti l’attività subacquea sportiva sono soggetti sedentari e non hanno alcun altro interesse sportivo) e, solo qualora questo approccio terapeutico risultasse in toto od in parte inefficace, si dovrebbe passare all’intervento medicinale.
I soggetti che assumono modeste quantità di betabloccanti potrebbero essere ritenuti idonei alle attività subacquee, infatti un uso moderato di farmaci di questo tipo ha dimostrato di non alterare significativamente la tolleranza all’esercizio fisico; mentre un dosaggio più elevato limita considerevolmente l’”out-put” cardiaco, impedendo quindi di sviluppare i carichi di lavoro che potrebbero essere richiesti in situazioni d’emergenza (necessità di recuperare e trasportare un compagno d’immersione in difficotà, nuotare controcorrente, ecc.).
I soggetti che usano invece farmaci vasodilatatori quali prazocina, idralazina, captopril (o molecole similari) potrebbero, in una certa percentuale dei casi sviluppare ortostasi; gli interessati non dovrebbero quindi essere ritenuti idonei allettività subacquee.
Di per sè l’uso di diuretici non interagisce con le attività subacquee, purchè non si instauri una perdita di potassio od una ipovolemia cronica; soprattutto quest’ultima può essere pericolosa nei subacquei, perchè normalmente la Malattia da Decompressione, nelle sue fasi finali, presenta un quadro sovrapponibile a quello della Coagulazione Intravasale Disseminata; diventa quindi consigliabile l’uso di diuretici risparmiatori di potassio, nonchè di convincere i pazienti a mantenersi correttamente idratati.
Alla luce di quanto appena esposto, appare quindi chiaro che, qualora l’esercizio fisico e la restrizione sodica risultino inefficaci od insufficienti nel correggere l’ipertensione lieve o moderata, prima di concedere l’idoneità ad un soggetto che assuma farmaci antipertensivi di qualsiasi genere, lo stesso dovrebbe essere sottoposto ad un test elettrocardiografico da sforzo, magari secondo la metodica sviluppata dagli stessi autori.

Passando perciò alla disamina del giudizio di idoneità sportiva per i subacquei, è noto che, trattandosi di attività sportiva agonistica ex Decreto Ministeriale 18 febbraio 1982 e relativa Circolare Ministeriale n. 7 del 31 gennaio 1983, tale certificazione non può essere certo rilasciata da un Medico non specializzato in Medicina dello Sport, mediante la compilazione di un semplice certificato di stato di buona salute.
In base ai succitati dispositivi di legge, non si può che considerare del tutto contra legem il comportamento di quelle federazioni - associazioni - singoli clubs - semplici istruttori free-lances che si limitino a richiedere ai loro allievi - federati - clienti il possesso di un semplice certificato di stato di buona salute.
Infatti è risibile la scusante adottata da costoro e cioè che la legislazione sopra riportata riguardi solamente la F.I.P.S.A.S., in realtà la F.I.P.S.A.S. si è limitata a dare un parere come richiestole espressamente dal Ministro della Sanità, ma le decisioni di quest’ultimo riguardano tutti i cultori di un determinato sport e non solo gli iscritti ad una anzichè un’altra federazione!
Purtroppo vi è un solo intoppo e cioè che la legge in questione non prevede una sanzione per chi non la rispetti, pertanto sino al momento in cui si verifichi un incidente ognuno è libero di comportarsi in maniera più o meno spregiudicata; ma dal momento dell’incidente in poi, gli interessati saranno sottoposti a procedimento penale, per inosservanza dell’art. 43 del Codice Penale, in quanto la F.I.P.S.A.S. è l’unico ente di diritto pubblico che possa occuparsi ufficialmente di attività subacquea sportiva, in base al 2° comma dell’art. 3 della legge istitutiva del C.O.N.I. (L. 16.02.1942 n. 426).
Mentre per il rilascio del giudizio di idoneità agonistica, finalizzato ad una ben precisa disciplina sportiva da svolgersi a livello agonistico (e qui conviene precisare, come giustamente già indicato nella citata Circolare Ministeriale, che “agonismo” non significa affatto “competitivo” nè si intenda che lo sport praticato sia finalizzato al conseguimento di primati o risultati positivi durante gare) e per il quale le disposizioni attualmente vigenti prevedono l’esecuzione di tutta una serie di accertamenti clinico-diagnostici diversificati a seconda del tipo di attività sportiva praticata, il semplice certificato di buona salute permette invece la più ampia idoneità a praticare qualsiasi attività ludico-sportiva.
E’ quindi ovvio che per tutte quelle attività ricreativo-sportive che comportino l’eventualità di incidenti gravi e spesso letali, nel cui novero rientra appunto lo sport subacqueo, questo certificato estremamente generico e stilato dopo una semplice visita da parte del Medico di base, a cui non si può certo richiedere specifiche ed approfondite conoscenze in relazione ai rischi ed alle controindicazioni della pratica delle varie attività sportive in generale e di quella subacquea in particolare, non possa certamente essere considerato sufficiente a tutelare in modo congruo lo sportivo che l’abbia richiesto.
Va anche specificato che l’operato dell’istruttore subacqueo (ed in via gerarchica del presidente di club, se esistente) che addestri od accompagni l’allievo - cliente sarebbe passibile di un coinvolgimento dal punto di vista legale, negli incidenti connessi a forme patologiche presenti nell’incidentato e non rilevate dal medico che abbia rilasciato il semplice certificato di stato di buona salute.
Tutte queste gravi carenze legislative della tutela sanitaria dello sport subacqueo andrebbero eliminate quanto prima possibile; il sistema più semplice e più rapido potrebbe essere costituito dall’emanazione di un Decreto del Presente della Repubblica o, meglio ancora, di un Decreto del Ministero dei Trasporti e della Navigazione (concernente chi pratichi per fini non lavorativi l’attività subacquea) che preveda:
- possesso di un brevetto subacqueo riconosciuto;
- effettuazione della visita d’idoneità psico-fisica;
- assicurazione contro gli infortuni obbligatoria con congrui massimali;
- rispetto delle norme di sicurezza.

Ciò comporterebbe l’invio di una comunicazione della F.I.P.S.A.S. al Min. Sanità che i propri atleti agonisti (perciò ancora sottoposti al D.M. 18.01.1982) sarebbero da considerarsi soltanto quelli che partecipino a gare di qualsiasi tipo, con conseguente accettazione del Min. Sanità della decisione della F.I.P.S.A.S. (previi obbligatori pareri di F.M.S.I. - Consulta Permanente per la Medicina dello Sport - Consiglio Superiore di Sanità) e successivo adeguamento di tutti i tesserati F.I.P.S.A.S. (non più agonisti in base a quanto appena previsto) al nuovo tipo di visita.
Ovviamente sarebbe opportuno l’intervento della F.I.P.S.A.S. a livello ministeriale (soprattutto sul Min. dei Trasporti) per l’indicazione della tipologia dei brevetti, degli standards minimi d’insegnamento, delle norme di sicurezza durante i corsi, dei criteri della visita d’idoneità.
Andrebbe infine prevista la creazione di un centro medico nazionale cui fare affluire tutti i certificati d’idoneità ed inidoneità, onde evitare la piaga del peregrinaggio da un medico competente all’altro sino a che se ne trovi uno “più compiacente” degli altri.
Per correttezza, si segnalano gli accertamenti che vengono attualmente richiesti per lo sport subacqueo (ex Tabella B del Decreto sopra riportato: 1) visita medica, 2) esame completo delle urine, 3) elettrocardiogramma a riposo e dopo sforzo con I.R.I., 4) spirografia, 5) esame otorinolaringoiatrico periodico.
In riferimento ai precedenti ultimi punti, per quanto di nostra competenza, si suggeriscono tre differenti visite d’idoneità, prima però di presentarle, diventa necessaria una premessa.
Tranne che per i subacquei per i quali sarebbe necessaria la visita di classe 3 (i quali sono sottoposti a stress psicofisici di elevata entità), normalmente chi pratica l’attività subacquea realmente per divertimento, non dovrebbe assolutamente compiere un’attività fisica che richieda un elevato (od anche solo medio) impegno fisico, quindi per loro sarebbe inutile l’esecuzione di un test cardiologico da sforzo; essi però potrebbero andare incontro a rischi di sincope, indipendentemente dal fatto d’immergersi con un autorespiratore (ad es. per un blocco del medesimo o per l’improvvisa perdita massiva di aria dalla bombola), per essi diventa quindi della massima importanza l’effettuazione di una manovra di Flack..
Tale manovra deve essere condotta nel seguente modo: il subacqueo effettua a bocca libera un’inspirazione normale - un’espirazione massima - un’inspirazione massima, poi espira dentro un boccaglio (collegato con una colonna di mercurio), mantenendovi una pressione di 40 mm Hg per una durata di almeno 40”: durante tutta questa manovra e nel successivo tempo di recupero viene registrato l’elettrocardiogramma; tale manovra permette di sottoporre ad una buona sollecitazione la parte destra del cuore (come avviene durante una rapida dal fondale in un’immersione in apnea), nel creare un forte stimolo simpatico bradicardizzante: in pratica permetterebbe di identificare dei subacquei potenzialmente più esposti degli altri al rischio d’incorrere in una sincope.

Visita di Classe 1
(attuale brevetto *)
1) Raccolta di anamnesi sia generale che specifica subacquea (annuale).
2) Visita medica generale, con ovvia accuratezza nella rilevazione di pressione arteriosa e frequenza cardiaca e nell’auscultazione cardiaca (annuale).
3) Tracciato elettrocardiografico sia a riposo che durante una manovra di Flack (annuale)
4) Spirometria (parametri statici e dinamici) (annuale)
5) Glicemia (annuale)
6) Audiometria (annuale)
7) Rx torace in A.P. in inspirazione ed espirazione massimali (quadriennale, è però accettabile il possesso di un referto, anche schermografico, non anteriore di quattro anni, purchè non contenente la presenza di difetti tali da pregiudicare l’idoneità; comunque entro 90 giorni dal conseguimento del brevetto provvisorio, l’interessato deve sottoporsi ad idoneo esame Rx, pena il mancato rilascio del brevetto definitivo)
8) Adozione del protocollo C.O.C.I.S. per l’inidoneità cardiologica sportiva.
Ovviamente il medico certificatore deve richiedere qualsiasi altro esame qualora abbia dei dubbi sull’idoneità.


Visita di Classe 2
(attuali brevetti ** e ***)
1) Raccolta di anamnesi sia generale che specifica subacquea (annuale).
2) Visita medica generale, con ovvia accuratezza nella rilevazione di pressione arteriosa e frequenza cardiaca e nell’auscultazione cardiaca (annuale).
3.1) Tracciato elettrocardiografico sia a riposo che durante una manovra di Flack (annuale).
3.2) Tracciato elettrocardiografico durante sia un test da sforzo massimale scalare al cicloergometro che (in fase di ricupero) una manovra di Flack, il tutto secondo la metodica “Banchini - Berrettini - Viola”
4) Spirometria (parametri statici e dinamici) (annuale)
5) Glicemia (annuale)
6) Audiometria (annuale)
7) Rx torace in A.P. in inspirazione ed espirazione massimali (quadriennale, è però accettabile il possesso di un referto, anche schermografico, non anteriore di quattro anni, purchè non contenente la presenza di difetti tali da pregiudicare l’idoneità; comunque entro 90 giorni dal conseguimento del brevetto provvisorio, l’interessato deve sottoporsi ad idoneo esame Rx, pena il mancato rilascio del brevetto definitivo)
8) Adozione del protocollo C.O.C.I.S. per l’inidoneità cardiologica sportiva.
Ovviamente il medico certificatore deve richiedere qualsiasi altro esame qualora abbia dei dubbi sull’idoneità.


Visita di Classe 3
(brev. spec. in airox e trimix, volontari di prot. civ., ricercatori scientifici, archeosub, aiutoistruttori-divemasters, istruttori, guide sub)
1) Raccolta di anamnesi sia generale che specifica subacquea (annuale).
2) Visita medica generale, con ovvia accuratezza nella rilevazione di pressione arteriosa e frequenza cardiaca e nell’auscultazione cardiaca (annuale).
3.1) Tracciato elettrocardiografico sia a riposo che durante una manovra di Flack (annuale).
3.2) Tracciato elettrocardiografico durante sia un test da sforzo massimale scalare al cicloergometro che (in fase di ricupero) una manovra di Flack, il tutto secondo la metodica “Banchini - Berrettini - Viola”
4.1) Ecocardiogramma colordoppler a riposo e durante manovra di Flack (solamente in I^ visita).
4.2) Ecocardiogramma trans-esofageo a riposo e durante manovra di Flack (solamente in I^ visita in tutti i casi in cui si possa sospettare un difetto settale).
5) Spirometria (parametri statici e dinamici) (annuale)
6) Glicemia (annuale)
7) Audiometria (annuale)
8) Rx torace in A.P. in inspirazione ed espirazione massimali (quadriennale, è però accettabile il possesso di un referto, anche schermografico, non anteriore di quattro anni, purchè non contenente la presenza di difetti tali da pregiudicare l’idoneità; comunque entro 90 giorni dal conseguimento del brevetto provvisorio, l’interessato deve sottoporsi ad idoneo esame Rx, pena il mancato rilascio del brevetto definitivo)
9) Test iperbarico di tolleranza alla narcosi d’azoto ed all’iperossia (annuale)
10) Adozione del protocollo C.O.C.I.S. per l’inidoneità cardiologica sportiva.
Ovviamente il medico certificatore deve richiedere qualsiasi altro esame qualora abbia dei dubbi sull’idoneità.


Medici Certificatori
La possibilità di effettuare le visite d’idoneità andrebbe consentita soltanto a medici inseriti in un apposito elenco.
I medici che potrebbero iscriversi a tale elenco dovrebbero avere almeno uno dei seguenti titoli (alla medesima stregua di quanto già avviene per il volo da diporto):
- diploma di specializzazione in Medicina dello Sport (o Socio Ordinario F.M.S.I.)
- diploma di specializzazione in Medicina del Nuoto e delle Attività Subacquee
- diploma di abilitazione in Fisiopatologia del Lavoro Subacqueo (rilasciato dalla M.M.).
Test da sforzo massimale scalare al cicloergometro
sec. Banchini - Berrettini - Viola
Il test che viene consigliato consiste nell’effettuazione di un elettrocardiogramma (con il contemporaneo monitoraggio dei parametri della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca), sia nel corso di uno sforzo massimale di tipo scalare al cicloergometro, che (durante la successiva fase di ricupero) l’esecuzione di una manovra di Flack.
Per controllare se sia stato davvero eseguito un test massimale (non si reputano infatti attendibili i valori ottenuti dopo test submassimali, perché in definitiva si tratta di semplici estrapolazioni di alcuni risultati), è sufficiente considerare il valore della frequenza cardiaca all’acme dello sforzo, cioè la frequenza cardiaca massima teorica (corrispondente al valore di 200 meno il numero degli anni dell’interessato: ad esempio 162 per una persona di 38 anni d'età).
Il subacqueo incomincia a riscaldarsi per 3 min. con un carico di 30 Watt, poi nei 3 min. successivi effettuerà tre differenti carichi lavorativi (uno al minuto, in ordine di carico crescente), infine effettuerà il periodo di raffreddamento con un carico di 30 Watt che durerà sino a che non sarà riuscito a riportarsi ad una frequenza cardiaca che non sia maggiore di più del 10% rispetto a quella basale.
Per quanto concerne i tre carichi lavorativi scalari soprariportati, essi vanno adattati ad ogni singolo individuo, tenendo conto dei seguenti parametri: peso, età, livello d’allenamento.
In pratica il valore di questi tre carichi lavorativi è uguale al prodotto della moltiplicazione del peso corporeo dell’interessato per tre numeri predeterminati, questi tre numeri predeterminati vanno selezionati tra i seguenti: 1,0 - 1,5 - 2,0 - 2,5 - 3.0; la modalità di scelta consiste nell’utilizzare una terna anzichè un’altra a seconda che l’individuo abbia più o meno di 45 anni ed un grado d’allenamento sufficiente oppure no.
In sintesi ci si comporta adottando: la terna 1,0 - 1,5 - 2,0 se l’individuo abbia più di 45 anni ed un allenamento insufficiente, la terna 1,5 - 2,0 - 2,5 se avesse la stessa età ma un sufficiente allenamento oppure se avesse un’età inferiore ma un allenamento insufficiente, infine la terna 2,0 - 2,5 - 3,0 se avesse un’età inferiore a 45 anni ed un sufficiente allenamento.
Non appena l'individuo sia ritornato ad una frequenza cardiaca non superiore al 10% di quella basale, continuando sempre con un carico di 30 Watt, dovrebbe effettuare il prescritto test di Flack.

Test Iperbarico di tolleranza alla narcosi d’azoto ed all’iperossia
Tale prova deve essere eseguita in una camera iperbarica pluriposto sotto la direzione di un medico spec. in Medicina del Nuoto e delle Attività Subacquee e deve essere così condotta:
- compressione sino a - 50 m a velocità non inferiore a 7 m/min, con respirazione d’aria;
- permanenza in quota a - 50 m per 10 min, con respirazione d’aria;
- decompressione sino a - 18 m a velocità di 10 m/min, con respirazione d’aria;
- permanenza in quota a - 18 m per 25 min, con respirazione d’ossigeno puro;
- decompressione sino a P ambiente a velocità di 3 m/min, con respirazione d’ossigeno puro.
Durante tale prova deve essere prevista l’esecuzione di tests psicoattitudinali a P ambiente ed al termine della permanenza delle due quote operative.

Bibliografia
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